Coronavirus, Israele capofila degli studi per lo sviluppo di terapie a base di cannabinoidi non psicoattivi

Diversi medici e ricercatori a livello internazionale si focalizzano sulle proprietà antinfiammatorie della cannabis e del CBD in particolare nella cura del Covid

di Mario Catania | 15 MAGGIO 2020

Le proprietà della cannabis potrebbero essere utili a trattare i pazienti affetti da Covid. Ne sono convinti diversi medici e ricercatori a livello internazionale, che si focalizzano sulle proprietà antinfiammatorie di questo vegetale e del CBD in particolare, cannabionide non psicoattivo dalle numerose virtù terapeutiche oggi al centro della ricerca scientifica.

A Tel Aviv è attualmente in corso una sperimentazione presso l’Ichilov Hospital: l’obiettivo è quello di capire se la molecola sia in grado di alleviare i sintomi della patologia e se possa rallentare il processo infiammatorio che aggrava le condizioni dei pazienti. Il dottor Barak Cohen ha sottolineato che “si tratta di un approccio innovativo per trattare alcuni dei sintomi, utilizzando un componente della pianta di cannabis considerata sicura”.

L’azienda biotecnologica israeliana Stereo Biotechs ha annunciato che nel mese di maggio avrebbero iniziato una sperimentazione clinica a base di steroidi e CBD. Secondo David Bassa, il fondatore dell’azienda, “il trattamento con CBD può migliorare il trattamento attuale dei pazienti che si trovano in condizioni di pericolo di vita. Speriamo che questo studio porti a un beneficio più rapido per il numero crescente di pazienti con Covid-19 in Israele e nel mondo”. L’obiettivo iniziale è quello di valutare la tollerabilità, la sicurezza e l’efficacia del trattamento.

Sempre in Israele, il Medical Cannabis Network riferisce che i ricercatori dell’Israel Institute of Technology e i loro partner stanno lavorando su due studi che esplorano l’uso di una formulazione a base di terpeni derivati dalla cannabis nel trattamento del Covid-19. Il primo studio si concentrerà sull’effetto sul sistema immunitario, mentre il secondo studio indagherà l’enzima ACE2 e come il trattamento con i terpeni potrebbe prevenire l’ingresso virale nelle cellule umane.

Poi c’è la InnoCan Pharma Ltd, una compagnia farmaceutica israeliana focalizzata sulle terapie a base di cannabis, che in aprile ha annunciato una collaborazione con l’Università di Tel Aviv per sviluppare un possibile trattamento di terapia cellulare che usa “esosomi caricati con CBD”. Il prodotto, che secondo la società sarà probabilmente somministrato ai pazienti per via inalatoria, sarà anche testato come trattamento per altre infezioni polmonari.

In Canada invece, da una partnership tra le società di ricerca sulla cannabis Pathway RX e Swysh Inc. e l’Università di Lethbridge in Alberta, è arrivata la scoperta che estratti di alcune varietà di cannabis possono essere utilizzati per prevenire l’infezione del virus che causa il Covid-19. Gli estratti sembrano essere efficaci su ACE2 e TMPRSS2, enzimi considerati come la porta di ingresso per il virus nel corpo umano. Tuttavia, la loro ricerca è stata appena presentata e non è stata ancora sottoposta a peer review. “Gli estratti ad alto contenuto di CBD – si legge – in attesa di ulteriori indagini, possono diventare un’opzione utile e sicura al trattamento del Covid-19 come terapia aggiuntiva“.

In Italia l’idea di una sperimentazione era stata lanciata proprio all’inizio della pandemia dal senatore Lello Ciampolillo (M5S), nello scetticismo generale, nonostante il dottor Carlo Privitera avesse aperto a questa possibilità. “La cannabis, così come è già stato dimostrato nel trattamento di polmoniti dovute ad altri agenti virali che danno quadri patologici simili, ha dimostrato di poter migliorare i risultati clinici migliorando la risposta infiammatoria. Da medico penso che quantomeno la prova si debba fare, uno degli articoli da citare è uscito su Cell a gennaio 2020 e spiega che i meccanismi biologici e molecolari che si verificano nella sepsi, sono dovuti, oltre che alla presenza dell’agente patogeno, anche e soprattutto dalla reazione infiammatoria che è causa di stress progressivo di organi e apparati”, aveva sottolineato lo specialista di cannabis medica.

Un altro medico italiano, il dottor Marco Bertolotto, responsabile delle Cure palliative della Asl 2 della Liguria, ha invece annunciato uno studio scientifico che andrà a valutare gli effetti del CBD e della cannabis ricca di questa molecola, sul disturbo da stress post traumatico. Non c’è dubbio sul fatto che la pandemia e il lockdown potranno lasciare tracce indelebili nella psiche di migliaia di persone e, per questo motivo, visto che c’è già un’ampia letteratura scientifica che testimonia i benefici della cannabis nel trattamento di ansia e stress, oltre che dello stress post traumatico, il medico ha annunciato che verrà fatta una sperimentazione con i preparati studiati per l’occasione che saranno messi a disposizione dall’azienda Crystal Hemp.

Infine vale la pena ricordare l’appello della IACM, storica associazione europea per la cannabis in medicina che, dopo aver sottolineato come la cannabis medica sia un servizio essenziale (e così è stata dichiarata in Canada e diversi stati americani) raccomanda ai governi di garantire la continuità ai pazienti nei trattamenti con cannabis.