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La cannabis light è riconosciuta come legale su tutti i fronti?

Cerchiamo di fare chiarezza su questo punto, perché essendo comunque una questione relativamente nuova, lo stato italiano si trova ancora in conflitto tra legalità amministrativa, fiscale e sanitaria. In principio, nei primi del ‘900 la canapa godeva di un florido mercato, poiché veniva utilizzata soprattutto per la produzione di corde, vele e altri tessuti con elevata resistenza. L’Italia era uno dei maggiori produttori a livello mondiale. Il declino della canapa iniziò quando furono scoperti materiali più economici e maggiormente resistenti, e infine quando ne vietato l’uso proprio a causa del suo potere stupefacente.

Nel 2016 arriva la svolta, perché a causa delle nuove normative sul rispetto dell’ambiente e i rincari onerosi del petrolio, si comincia a rendere legale la coltivazione della canapa, rigidamente regolamentata con impianti di trasformazione del prodotto. Questo ha aperto la strada agli imprenditori che ci hanno visto giusto nella possibilità di investire nel mercato e creare un business sul commercio della canapa.



Aggiornamento del 19 marzo 2019

La IV sezione penale della Suprema Corte di Cassazione, rilevando “evidenti” contrasti giurisprudenziali, ha pubblicato ordinanza di remissione alle Sezioni Unite per la risoluzione del quesito di diritto se le condotte diverse dalla coltivazione di canapa delle varietà di cui al catalogo indicato nell'art. 1, comma 2, legge 2 dicembre 2016 n. 242 - e, in particolare, la commercializzazione di cannabis sativa L - rientrino o meno nell'ambito di applicabilità della predetta legge e siano pertanto penalmente irrilevanti (Ordinanza 8 febbraio - 27 febbraio 2019, n. 8654). Vai all'Ordinanza La questione, già ampiamente trattata in precedenti articoli e commenti, verte su un contrasto di fondo tra due prospettive contrapposte, anche sotto il profilo logico filosofico, che sono state rilevate e riassunte dalla Corte nell'ordinanza in commento. Da un lato si pone l'interpretazione restrittiva che riconduce - astrattamente ed in ogni caso - la commercializzazione di prodotti diversi da quelli elencati nell'art. 2 (tra cui le infiorescenze di canapa sativa L. o le resine) tra le condotte penalmente rilevanti ai sensi del DPR 309/1990, stante l'inclusione sic et simplicter della cannabis nelle tabelle allegate al DPR citato che, nella sua ultima versione, fa riferimento a tutti i derivati della cannabis senza distinzioni. In questa prospettiva la L. n. 242/2016 avrebbe reso lecita la coltivazione di cannabis sativa L. nel rispetto dei requisiti e per le finalità previste dalla medesima legge, ma non si estenderebbe al commercio dei prodotti derivati dalla filiera e, nello specifico, delle infiorescenze, che continuano ad essere definite, anche in maniera tendenziosa, coma “marijuana” ed “hashish”. Dall'altro, emerge l'interpretazione più volte sostenuta in dottrina e recepita dalla VI sezione penale secondo cui la L. n. 242/2016, avendo lo scopo di promuovere e sostenere l'intera filiera produttiva della canapa industriale, contempla, come necessario corollario logico-giuridico, anche la commercializzazione dei prodotti ottenuti da tale filiera (tra cui anche le infiorescenze che sono state riconosciute dal MIPAAFT come prodotti della destinazione florovivaistica di cui all'art. 2 lett g) della legge). In difetto si configurerebbe una legge che promuove ed incentiva una filiera produttiva ma non consentirebbe di commerciare alcuni prodotti da essa ottenuti, seppure riflettenti I requisiti di legge. La IV sezione, pur riconoscendo le spessore delle argomentazioni logico-giuridiche di questa ultima tesi (che il sottoscritto sostiene con la massima fermezza), non ha evidentemente ritenuto (o non se l'è sentita) di aderirvi direttamente rilevando un contrasto giurisprudenziale e rimettendo la questione alle Sezioni Unite affinché si pronuncino sul principio di diritto. La questione, in realtà, per come è posta, si pone su due differenti livelli: su un piano tecnico e su un piano pubblicistico della ponderazione di valori costituzionalmente garantiti. Sotto il primo profilo, la questione è apparentemente semplice. La canapa industriale (ossia proveniente da varietà certificate iscritte negli appositi registri e con valori di THC conformi ai limiti di legge) NON è una sostanza stupefacente secondo tutte le normative: internazionale, comunitaria e nazionale e neppure secondo la stessa Corte di Cassazione dal momento che i livelli di THC della canapa industriale sono al di sotto di quella soglia idonea a produrre effetti psicotropi costituendo, pertanto, una condotta inoffensiva e non punibile. Anzi, per espressa definizione del TFUE (Trattato sul Funzionamento dell'Unione Europea) la canapa industriale è un “prodotto agricolo” al pari degli altri prodotti agricoli tanto che da essere destinataria degli aiuti nell'ambito della politica agricola comune. Se poi sul piano nazionale vi è una legge (n. 242/2016) che promuove e sostiene l'intera filiera produttiva incentivando “la coltivazione e la trasformazione” dei prodotti ottenuti per una pluralità di destinazioni (alimentare, cosmetico, semilavorati innovativi per che valorizzino I risultati della ricerca, bioedilizia, plastiche, florovivaismo), è evidente come tale promozione deve necessariamente presupporre la possibilità di commerciare tali prodotti, non essendo dato comprendere, in difetto, quali finalità sarebbero perseguite dalla legge se non un “uso contemplativo” dei prodotti coltivati. E sul punto se le infiorescenze siano o meno comprese nella legge, appare dirimente la circolare n. 5059/2018 del MIPAAFT che ha chiarito come le infiorescenze, seppure non espressamente menzionate nella legge, vi sarebbero comunque ricomprese quali prodotti delle coltivazioni destinate al florovivaismo di cui all'art. 2 lett g) della L. n. 242/2016. Ciò di per sé appare sufficiente ad escludere la prospettazione contraria secondo cui condotte diverse da quelle elencate sarebbero punibili penalmente per un semplice fatto: NON è una condotta punibile, trattandosi di una condotta inclusa ipso facto nella legge 242/2016, la quale si pone chiaramente come lex specialis rispetto al T.U. Stupefacenti. Insomma L. n. 242/2016 e DPR 309/1990 hanno oggetti ed ambiti diversi e perseguono finalità diverse. La L. n. 242/2016 sostiene ed incentiva una filiera che ha ad oggetto una pianta industriale che produce prodotti agricoli, i quali non hanno niente a che vedere con gli stupefacenti proprio perché la legge stessa stabilisce le soglie che differenziano la canapa legale da quella illegale. Non sono né hashish né marijuana. Il DPR 309/1990, al contrario, ha lo scopo di reprimere le sostanze stupefacenti a tutela del pericolo pubblico rappresentato dalla tossicodipendenza. Come correttamente evidenziato dalla VI sezione, la legge 242/2016 si rivolge ai produttori ed agli imprenditori e non prevede indicazioni ulteriori sulle fasi successive alla coltivazione ed alla trasformazione in quanto logicamente non necessario trattandosi di un prodotto agricolo lecitamente coltivato e trasformato e, come tale, fruibile dal consumatore al pari degli altri prodotti agricoli. Le fasi successive saranno disciplinate dalle specifiche normative di settore già esistenti in cui la canapa industriale va ad inserirsi al pari degli altri prodotti.

Attualmente qual’è la legge in vigore?

Tutto è stato sancito dalla famosa legge 242 che regolamenta le destinazioni d’uso come gli alimenti e i cosmetici, ma anche nel settore industriale. Questa legge però non fa menzione sulla possibilità di coltivare o vendere questo prodotto a scopo ricreativo. Infatti la commercializzazione della canapa come oggetto da collezione o deodorante per ambiente è assolutamente legale, al contrario però, non è legale se commercializzato come articolo per fumatori, in quanto entrerebbe in contrasto con la normativa sanitaria vigente. Inoltre se il consumatore decide di assumere la sostanza, è vero che il valore di THC è così basso che non si hanno effetti stupefacenti sul corpo umano paragonabili a quelli della marijuana illegale, ma questo non significa che non sia rilevabile dagli appositi test antidroga.





Posso trovare la cannabis light in tabaccheria?

La risposta è si, si può trovare la canapa light nei tabacchini però non in tutti, perché su questo argomento la legge italiana ancora non fa chiarezza. Questi prodotti al momento portano la dicitura “non è un articolo da fumo” tuttavia si sa che viene maggiormente consumata per quello scopo. I tabacchini quindi devono rispettare una rigida tassazione su tutti i tabacchi e i loro surrogati. La canapa light potrebbe essere considerata proprio come un surrogato del tabacco, e qualora la vendita da parte del tabacchino non è regolamentata correttamente, si va incontro a sanzioni drastiche, compreso il ritiro della licenza da tabaccaio. Quindi, in mancanza di chiarezza molti tabaccai hanno preso iniziativa, vendendo questi sacchettini di infiorescenze di canapa italiana, offrendo anche servizi di consegna a domicilio. Al momento nessuno è incorso in particolari problemi legali per questo.



Posso trovare la cannabis light in erboristeria?

La risposta è si, la possiamo trovare sebbene in altri formati. Le erboristerie non sono attività che vendono articoli per fumatori, quindi sono costrette a vendere queste sostanze sotto forma di estratti o semi, per la produzione di unguenti, creme o anche tisane ed infusi, tutto rigorosamente legalizzato dalla legge italiana. Ricordiamo che attualmente è vietato fumare la cannabis, anche se light.



Posso trovare la cannabis light in farmacia?

La risposta è no, perché le farmacie non possono vendere la cannabis light. Non è altresì possibile coltivare la canapa light per poi rivenderla alle farmacie per permettere loro di preparare dei farmaci. Il motivo è molto semplice. La cannabis è vendibile solo ed esclusivamente ad uso tecnico e non può essere assolutamente prescritta o somministrata agli esseri umani. L’unica cannabis legale ad uso terapeutico è la Cannabis Medica di grado Farmaceutico (GMP), prodotto regolamentato da una rigida normativa europea.



Altre domande frequenti

Attualmente è vietato il consumo di canapa per scopi ricreativi. Quindi ricordate che fumare marijuana, a prescindere dalla percentuale di THC, rimane ancora un illecito. E’ legale solo acquistare la canapa legale e trasportarla fino a casa, ma solo nella sua confezione originale sigillata, e con scritto i limiti di THC presenti. Sappiate comunque che le forze dell’ordine possono comunque sequestrare il prodotto e inviarlo in laboratorio per le analisi, per poi venirvi restituito qualora risultasse avere una percentuale di THC conforme alla legge. Perché a volte manca cannabis in Italia ? La carenza di cannabis è dovuta principalmente a 2 motivi: a. limite massimo di esportazione Olandese b. raggiungimento del tetto annuo di cannabis stabilito dal Ministero della Salute Italiana È possibile avere la cannabis GRATIS per uso terapeutico? Si in queste Regioni: Toscana, Puglia, Liguria, Campania, Emilia Romagna, Campania, Piemonte e Veneto, Lazio. La cannabis “italiana” prodotta dall’Istituto Farmaceutico Militare di Firenze è di un solo tipo (chiamata FM2) simile ma non uguale al Bediol. La cannabis italiana FM2 e la cannabis olandese Bediol hanno la stessa IDENTICA formulazione? Parliamo di 2 varietà di cannabis che hanno in comune il fatto di contere sia THC sia CBD. Per il resto differiscono in molte cose e proprietà. Da dove proviene la cannabis medica ordinabile nelle farmacie? Da 3 nazioni: dall’Italia , dal Canada, e dall'Olanda



* (tratto dal portale Cannabis Legale Italia)